Camminiamo Insieme

XXXa DEL TEMPO ORDINARIO

-Dal Vangelo secondo Marco  (Mc 10, 46 – 52)In quel tempo, mentre Gesù partiva da Gèrico insieme ai suoi discepoli e a molta folla, il figlio di Timèo, Bartimèo, che era cieco, sedeva lungo la strada a mendicare. Sentendo che era Gesù Nazareno, cominciò a gridare e a dire: «Figlio di Davide, Gesù, abbi pietà di me!».
Molti lo rimproveravano perché tacesse, ma egli gridava ancora più forte: «Figlio di Davide, abbi pietà di me!».
Gesù si fermò e disse: «Chiamatelo!». Chiamarono il cieco, dicendogli: «Coraggio! Àlzati, ti chiama!». Egli, gettato via il suo mantello, balzò in piedi e venne da Gesù.
Allora Gesù gli disse: «Che cosa vuoi che io faccia per te?». E il cieco gli rispose: «Rabbunì, che io veda di nuovo!». E Gesù gli disse: «Va’, la tua fede ti ha salvato». E subito vide di nuovo e lo seguiva lungo la strada.


Commento

Nel linguaggio di un tempo non lontano si usava spesso il termine vocazione, riferendosi alla chiamata del Signore alla vita consacrata o al sacerdozio e marcando una certa distanza e un chiaro privilegio rispetto al resto del popolo di Dio.
Col tempo la teologia e la prassi hanno rivalutato le figure dei laici che prendono sul serio la propria religiosità, evidenziando che la chiamata del Signore è per tutti, ed è quella alla fede.
Col sacramento del Battesimo, poi, tutti diventiamo partecipi a quello che il concilio Vaticano II chiama «sacerdozio comune dei fedeli», ossia la consapevolezza che è sacra ogni azione quotidiana che costruisce il Regno di Dio, il mondo buono che Dio desidera da noi.
Tutti, in verità, sono chiamati da Dio, nelle forme più differenti e personalizzate. Nessuno ha diritto a svilirle, o a ritenere la propria superiore perché più nobile, blasonata o efficace. Come apprendiamo dalle letture odierne, tutte nascono dalla paternità di Dio. Come potrebbe privilegiare qualcuno, se non chi a un certo punto è rimasto indietro, come il cieco di Gerico? Semplicemente, Dio conosce profondamente ciascuno e sa cosa può diventare. Sta a noi scoprire la propria, senza timore di immaginare forme nuove di testimonianza ed evangelizzazione. Purché abbiamo ben chiaro di essere umili servitori di Cristo, l’unico vero e universale «sacerdote per sempre».

 

 


VOCAZIONE

Signore, cosa vuoi che io faccia?
La mia vita è ormai impostata, eppure mi accorgo
che ogni giorno decido come riempire il mio tempo,
quale qualità mettere nei miei impegni, chi beneficare con i miei sforzi.
Ogni giorno tu mi concedi energie e spazi
e a me resta il dubbio: è davvero ciò che debbo fare?
Tu mi suggerisci di abbandonare i sensi di colpa
ed ascoltare la voce dell’amore: quello che vuoi è già dentro di me.
Non mi annulla, ma mi comprende;
non mi distrugge, ma mi fa rivivere.
Risveglia ciò che è assopito, porta alla luce ciò che è nascosto.
Aiuta il mio prossimo senza necessitare di un contraccambio,
perché l’ha già avuto potendosi esprimere.
È quello che tu hai pensato per me da sempre,
quello che rende la mia vita degna di essere ricordata.
Imprecisa e imperfetta, sempre alla ricerca di sé.
Ma unica, originale, a suo modo meravigliosa.


VANGELO VIVO
Dice di essersi innamorato subito quando è giunto a Bauleni, uno slum di Lusaka, in Zambia. Ha deciso di voler vivere lì. Un anno e mezzo dopo ha conosciuto la ragazza che sarebbe diventata la madre dei suoi 4 figli. «Vivevo a Milano, facevo il pasticciere, avevo il mio lavoro e la mia sicurezza. Due settimane di ferie d’estate, settimana bianca d’inverno, e i soldi da parte per ‘il macchinone’. Ma Milano è una città frenetica dove devi anche essere disposto a calpestare delle teste per arrivare in alto. Un giorno mi sono svegliato, e mi sono chiesto: ‘Ma la vita è davvero soltanto questo?’». Diego Cassinelli così inizia un cammino che lo porterà a incontrare i missionari Comboniani e, dopo anni di discernimento e di formazione nel sociale, decidere di restare a vivere lì. Oggi, dopo 15 anni, Diego ha fondato l’ONG «In&Out of the Ghetto», che attraverso un ristorante nello slum finanzia un asilo che ospita 40 bambini tra i più poveri della zona, una piccola clinica per le emergenze sanitarie, corsi di formazione alberghiera, di teatro, karate e musica, una guest house per i volontari. Con lo scopo di rinverdire l’antico detto africano: «Io sono perché noi siamo».